Giorgia Meloni torna a parlare del possibile superamento del “tabù” di un capo dello Stato non di centrosinistra. Lo ha fatto ieri sera, lunedì 29 giugno, ospite di Nicola Porro nell’intervista a “Dieci Minuti” su Rete 4, un’intervista ampia che ha toccato anche i rapporti con gli Stati Uniti, lo scontro con il segretario della Nato Mark Rutte, il movimento di Roberto Vannacci e la commissione d’inchiesta sul Covid.
Alla domanda sull’ipotesi di un presidente della Repubblica espressione del centrodestra, Meloni è stata netta: “È vero che per un certo establishment è ‘orribile’ la possibilità che ci sia un presidente della Repubblica non di sinistra. Ma le cose possono cambiare e lo dimostrerebbe infrangere anche questo tabù, perché chi non è di sinistra non è figlio di un dio minore”. Quando Porro le ha chiesto se quell’establishment esista davvero, la premier non ha avuto dubbi: “Certo. Si percepisce”.
Il ragionamento di Meloni si inserisce in un discorso più ampio che la premier porta avanti da tempo: la destra italiana avrebbe ormai raggiunto, dopo aver conquistato Palazzo Chigi con il primo governo guidato da una donna e da un partito di quell’area politica, la piena legittimazione anche per esprimere il capo dello Stato. Una “normalizzazione” che per lei non avrebbe nulla di eccezionale, ma che fino a pochi anni fa era difficile sentire formulata con questa chiarezza da chi guida il governo.
Va detto che si tratta, per ora, di un ragionamento sui princìpi e non di un annuncio di candidature: il mandato di Sergio Mattarella, riconfermato nel 2022, scade nel 2029, e solo allora il Parlamento sarà chiamato a eleggere il successore.
Il toto-nomi per il dopo Mattarella
Proprio perché si parla di un appuntamento ancora lontano, attorno alle parole della premier si è subito riacceso il “toto-Quirinale”. Tra i nomi che circolano nell’area di centrodestra per il 2029 vengono citati, a seconda delle fonti, il ministro della Difesa Guido Crosetto, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il commissario europeo Raffaele Fitto – più defilato dalle correnti di partito e con un profilo apprezzato anche a sinistra – oltre alle ambizioni dichiarate del vicepremier Antonio Tajani e a quelle, mai troppo nascoste, del leader della Lega Matteo Salvini per Giancarlo Giorgetti.
Non manca, sui giornali, l’ipotesi più suggestiva e più incerta di tutte: che sia la stessa Meloni, terminata l’esperienza di governo, a tentare la corsa al Colle come prima presidente della Repubblica donna e di destra. Resta tuttavia un’ipotesi definita “fantapolitica” dagli stessi osservatori, anche se periodicamente rilanciata, lo stesso Vannacci ha più volte detto che vedrebbe bene Meloni al Quirinale.
Le reazioni e il nodo costituzionale
Le opposizioni hanno colto la frase come un’ulteriore prova della volontà di Meloni di blindare per tempo gli equilibri istituzionali, accusandola di voler orientare con tre anni di anticipo la partita per la più alta carica dello Stato.
Il punto che agita maggiormente il dibattito è di natura costituzionale più che politico: il presidente della Repubblica è per definizione una figura di garanzia, chiamato a rappresentare l’unità nazionale e a porsi al di sopra delle parti, indipendentemente dalla maggioranza che lo ha eletto.
Per la premier rivendicare un capo dello Stato di area centrodestra equivarrebbe semplicemente a certificare la piena maturità democratica di quell’area politica; per i suoi avversari, il rischio è che il profilo super partes della carica venga percepito come schierato ancor prima dell’elezione, in un momento in cui i rapporti tra governo e Colle sono già stati oggetto di frizioni.
Gli altri temi dell’intervista
Nella stessa intervista la premier ha respinto le critiche di chi la accusa di un atteggiamento troppo appiattito su Washington. “Non sono antiamericana oggi, non ero inginocchiata ieri. Sono una persona che crede che l’Occidente sia più forte unito. I rapporti solidi si fondano anche sulla franchezza, e sono una persona franca”, ha detto.
Ha poi bollato come “un po’ approssimativo” il segretario generale della Nato Mark Rutte sui numeri dei voli partiti dall’Italia a supporto dell’operazione statunitense contro l’Iran, sostenendo che si tratta di cifre comunque più basse di quelle degli anni precedenti e che il governo ha autorizzato solo attività di natura tecnica e logistica previste dagli accordi.
Sul fronte interno, Meloni ha ridimensionato le differenze tra il movimento di Vannacci e il resto dell’opposizione, sostenendo che vota contro il governo e vuole mandarlo a casa esattamente come la sinistra, e che difficilmente si può costruire qualcosa con qualcuno che vuole solo distruggere. Ha chiarito che per remigrazione intende semplicemente i rimpatri volontari assistiti già praticati da Stato italiano, Unione europea e Unhcr.
Ha difeso il salario giusto come alternativa più liberale ed efficace al salario minimo. Ha definito oggettivamente incredibili le notizie emerse dalla commissione d’inchiesta sul Covid riguardo a forniture di mascherine dalla Cina. Ha rivendicato infine buoni rapporti con il presidente francese Emmanuel Macron, definendo il loro un rapporto franco con cui non ha mai litigato. Alla domanda su cosa le manchi di più di prima di diventare premier, ha risposto semplicemente: passeggiare in mezzo alla strada senza che nessuno la guardi.

